lunedì 4 maggio 2020

“You, the people have the power.”

Oggi, il primo giorno di una tappa importante nella nostra battaglia contro il coronavirus, che  vede  l’umanità finalmente unita, schierata dalla stessa parte, come avrebbe voluto The Great Dictator.
https://youtu.be/eZ2fEAzqCSA

Yanitsa Shtereva VB

Una stanza buia

“Come i bambini al buio tremano e temon di tutto, così noi alla luce talvolta temiamo di cose che non son più tremende di quelle che temono i bimbi al buio e pensano che accadranno loro.”
Si tratta di una citazione presa dall'opera di Lucrezio De rerum natura.
La citazione vuole cogliere l’analogia che c’è tra l’atteggiamento impaurito dei bambini  davanti al buio, che non permette loro di vedere, e l’atteggiamento in cui si trova oggi tutta la popolazione del mondo, costretta ad affrontare un nemico che, come se fosse al buio, non conosce e non riesce a vedere..
La paura dovuta all'incertezza del futuro, alla non conoscibilità del pericolo, diventa come una stanza buia in cui deve entrare un bambino: ci sono basse probabilità che effettivamente nella stanza ci sia un pericolo, ma basta una possibilità sola, o anche solo l’apparenza di una possibilità, per spaventarci a morte.
Ed è così che l’adulto razionale si trova a dover fronteggiare le paure di un bimbo che, nuovo in questo mondo strano, non sa cosa aspettarsi da quella stanza tutta nera. Dopo tanti anni, l’uomo adulto torna a  comprendere come si sente un bambino, messo in un mondo nuovo.


Yanitsa Shtereva VB                                                                       

mercoledì 8 aprile 2020

Noia, dolore, rabbia





È quasi un mese e mezzo che abbiamo l’obbligo legale e morale di stare in casa, chiusi, privati della cosa a noi più cara, la libertà. Sicuramente in questo periodo la mia testa e il mio corpo sono stati e sono un grande contenitore di pensieri ed emozioni che forse sono apparsi troppo in fretta e in maniera troppo violenta. All’inizio di tutto questo penso sia venuta fuori la parte peggiore di me, quella più irrazionale ed egoista: pensavo solo ed esclusivamente a tutto quello che stavo perdendo io, al tempo che scorreva nel fiore dei miei anni e che non mi permetteva dunque di mostrare a me stessa e al mondo ciò che potevo realmente fare e dare.
Mi mancavano quelle piccole cose che prima consideravo scontate, ma che di fatto erano parte fondamentale della mia vita e della mia quotidianità: la libertà di passeggiare per la città, di prendere un caffè con un’amica o di guidare con i finestrini abbassati, al tramonto. Soffrivo per tutto quello che mi era stato tolto, per i rapporti umani che non potevano essere sostituiti da messaggi scambiati al telefono e per la scuola che mi veniva tolta proprio nell’ultimo anno di liceo per essere poi sostituita con videolezioni dove i miei compagni di classe erano solo dei riquadri con l’iniziale dei  nomi. Come si pensava anche solo di paragonare la “didattica a distanza” alla vera scuola? Chi poteva restituirmi quei banchi scarabocchiati, le risate trattenute con la mia compagna di banco e migliore amica, il suono della campanella per correre a fare l’intervallo, il caffè della macchinetta prima di una prova per la quale hai passato la notte a studiare, le mani sudate all’interrogazione, mentre il professore ti fissa negli occhi quasi come se sapesse esattamente quello che non sei riuscito a studiare bene.. 
Provavo un forte dolore, quasi come se sentissi che una delle pagine più belle della mia vita mi fosse stata strappata via da qualcosa che neanche vedevo: la diretta conseguenza di tutto ciò è stato un sentimento di totale impotenza, a 19 anni non potevo fare assolutamente niente. 
Tutti questi pensieri negativi spesso erano intervallati da qualche attimo di positività, legato a tutte quelle cose che cercavo di fare, forse per sentirmi in qualche modo viva: gli allenamenti per me stessa, le torte per la mia famiglia, lo studio per la scuola, le chiamate con le amiche senza avere in realtà niente di nuovo da raccontarsi...
Piano piano, nonostante il peso delle giornate che non passavano mai, ricominciavo a vedere per la mia vita uno spiraglio di luce: d’altronde io e la mia famiglia stavamo bene ed eravamo in salute, tutte le persone a cui tengo stavano bene, abitavo in un posto abbastanza grande da non sentirmi schiacciata dalle pareti di una casa e un’istruzione in fondo non mi era stata del tutto negata. 
Io sto bene, sono fortunata e, dopo lunghe riflessioni, ne sono assolutamente convinta. Il mio dolore, dal momento in cui ho assunto questa consapevolezza, si è tramutato in un diverso tipo di rabbia e di fatto ancora oggi sono tormentata da questo sentimento, che nasce proprio da un’osservazione meno egoistica di una realtà che non posso neanche vivere a pieno. 
Mi è veramente impossibile stare bene in un momento così delicato che toglie la libertà a tutti, ma che non la toglie a tutti come a me: io non posso accettare ma non posso  neanche fare niente per evitare la sofferenza di tutte  quelle persone che sentono tutto quello che sento io all’ennesima potenza. Provo rabbia al pensiero che ci siano famiglie che non hanno potuto salutare per l’ultima volta i loro cari in maniera dignitosa; provo rabbia al pensiero che tanta gente stia perdendo la propria vita per salvare quella di qualcun altro; provo rabbia al pensiero che ci siano famiglie che vivono un monolocale e che un bambino di due anni non abbia la possibilità di giocare fuori con questo caldo sole primaverile; provo rabbia al pensiero che ci siano persone che forse domani non avranno il pane a tavola perché non era previsto smettere di lavorare all’improvviso; provo rabbia al pensiero che ci siano donne e bambini che subiscono violenza oggi più che mai perché tenute a convivere con persone violente che oggi possono sfogare con più libertà le loro frustrazioni.
Provo rabbia anche se di fatto, a 19 anni, mi sento totalmente impotente.
Forse domani mi passerà, forse domani proverò un altro tipo di sensazione dovuto ad un nuovo modo di vedere la realtà che mi circonda però una cosa è certa: quando sono sola con me stessa i miei pensieri giusti o sbagliati che siano non si fermano mai e tutto rimbomba all’interno delle pareti del mio cervello e del mio cuore come i miei pianti di notte rimbombano all’interno delle quattro pareti della mia stanza, quelle quattro pareti dove devo rimanere ancora per chissà quanto, per il bene di tutti.

Claudia Bibaj, VB

Nuove e strane abitudini

L’obbligo di restare chiusi in casa per prevenire i contagi da Coronavirus è un’esperienza mai vissuta prima da noi ragazzi e per la prima volta ci capita una cosa che neppure i nostri genitori hanno mai sperimentato.
Questo senso di novità genera ancora più incertezza, perché ci sembra un po’ strano affrontare una situazione che è nuova anche per le persone che siamo abituati a vedere come coloro che sempre pensano a proteggerci, a occuparsi dei nostri problemi pratici e della nostra sicurezza.
A questa generale inquietudine si aggiunge la vera e propria preoccupazione per i nostri nonni, perché tutti gli organi di informazione ci hanno spiegato sono i più esposti alla malattia.
E’ un po’ strano trovarci a fare le raccomandazioni ai nostri nonni, telefonando per ricordare loro di stare in casa, di lavarsi le mani e di aspettare con disciplina che qualcuno porti loro la spesa: improvvisamente non siamo più i destinatari delle loro raccomandazioni, ma siamo noi a fargliele.
La “quarantena” ha anche aspetti che paradossalmente potrebbero sembrare positivi: stiamo molto più tempo insieme ai genitori e tra fratelli.
Inizialmente sembrava strano anche doversi collegare con i professori via internet per le lezioni on-line, ma dopo un po’ di tempo anche questa è diventata una cosa normale: in certe ore del giorno siamo tutti chiusi in una stanza diversa collegati a video con i nostri interlocutori.
Il senso di incertezza e di paura e la consapevolezza di vivere un’esperienza comune, in cui tutti possiamo e dobbiamo fare la nostra parte, aumenta il nostro senso di appartenenza alla comunità.
In questa direzione spingono molto anche gli spot televisivi e radiofonici che mettono l’accento sul dovere di tutti di collaborare, sul senso di gratitudine per chi (medici, infermieri, forze dell’ordine, addetti alle pulizie, etc.) deve comunque lavorare esposto al rischio della malattia e il tricolore italiano compare molto più spesso di prima.
Ogni sera commentiamo i dati della protezione civile, anche se abbiamo capito che vanno un po’ interpretati, perché sono condizionati da tante variabili e capita spesso di sentire valutazioni molto diverse l’una dall'altra.


Ovviamente cerchiamo sempre di “appigliarci” ai dati che sembrano positivi, per trovare qualche motivo per poter sperare che l’emergenza possa finire in fretta e poter tornare prima possibile alla normalità.




Michele Brignolo VB

Prima domenica di "quarantena" ad Asti. Fotogallery tra le vie del ...

Collage di solitudini


L'isolamento non è solitudine e la solitudine non significa essere isolati, almeno fisicamente.

Questa è una personale retrospettiva su una vecchia amica.


COLLAGE DEI MONDI

 Citazione: Addio a Berlino, Christopher Isherwood, Un diario berlinese - Autunno 1930
  • Memorial to the Murdered Jews of Europe a Berlino di Peter Eisenman (2005)
  • Il bar delle Foiles-Bergère di E. Manet (1881-82)
  • Interior, No. 30 Strandgade di Vilhelm Hammershøi (1906)

COLLAGE DELLE MASCHERE

Citazione: Quaderni di Serafino Gubbio operatore, Pirandello, Quaderno I, II
  • Sera sul viale Karl Johan di Edvard Much (1892)
  • The Truman Show di Peter Weier (1998)
  • Bas-Relief di Goga Tandashvili

COLLAGE DEL MOSTRO

Citazione: Frankenstein, Mary Shelley, Capitolo 16 (Capitolo 8, Parte Seconda)

  • La Chapelle di Arnold Bocklin (1898)
  • Fight Club di David Fincher (1999)
  • Ophelia di John Everett Millais (1851-52)
Aurora Ferrari VB

Una stanza ed un ragazzo

Questo periodo di quarantena sta lasciando un solco. Un solco profondo nelle vite di tutti noi tanto intensamente quanto impercettibilmente sento che scava in me. Sotto questo aspetto mi ritengo fortunato: non ho subito uno shock tale da destabilizzare la mia personalità. La mia fortuna proviene soprattutto da due fattori, il primo è la situazione nella quale vivo la quarantena: in una casa “popolata” e con un cortile; il secondo motivo è l’abitudine che ho, credo a mio merito, coltivato negli anni: cioè saper piegare la mia volontà alle necessità e saper trovare cose da fare in compagnia di me stesso. In realtà non credo che l’ultimo fattore sia un mio merito, poiché già solo la quantità di libri belli nel mondo permette di non prefigurarsi un solo istante improduttivo nella quarantena. 
Insomma, non so. Tutto ciò, che è assolutamente corretto, dal momento che se tutti impiegassero la quarantena a leggere, o anche solo a riflettere, si potrebbe avere una speranza di rinnovamento della società in qualcosa di imprevedibilmente bello, stride e contrasta in maniera assordante con le sensazioni che provo a volte. A volte, infatti, nelle mie riflessioni, mi colpisce improvvisamente un fulmine che genera in me un tuono di ansia che si propaga in tutte le membra. Forse perché una riflessione troppo prolungata senza alcun elemento concreto che distragga la mia mente o che la arricchisca di dati e immagini interessanti provoca di per sé una qualche alienazione dalla realtà, come accade quando si pronuncia numerose volte una parola e ci si rende conto che il vocabolo non ha alcuna connessione oggettiva con la cosa e ci si ingarbuglia nel pensiero che, tuttavia, quel vocabolo è l’unico metodo che abbiamo per esternare la nostra anima, per definire chi siamo; e questa alienazione, questo squilibrio tra realtà, idee e infinita vanità che assumono queste dopo che le si sviscera, forse, genera in noi un terremoto emotivo, tanto repentino quanto distruttivo. Oppure forse perché finalmente si ha una concezione reale di cosa sia il tempo; esatto, perché quando ci si accorge che il tempo, che in questa circostanza appare più dilatato che mai, non basta nemmeno per finire tutte quelle che avevamo messo nel ripostiglio “se avanza tempo, poi…” si prova una vergogna per il tempo passato e un terrore per quello futuro tale da paralizzare anche il più convinto sostenitore del “massì, tanto poi…” (come se si potesse delegare qualcuno per la nostra felicità). Sarà invece perché, per la prima volta o quasi, ci rendiamo conto che la nostra vita è nelle nostre mani e ci troviamo di fronte ad una sorta di kierkegaardiana angoscia per l’indeterminato, per le scelte che dobbiamo e dovremo affrontare; può sembrare paradossale dire ciò nel momento in cui si è rinchiusi nelle mura domestiche, ma, come insegna Seneca, il luogo del corpo non ha nulla a che fare con lo stato dell’anima e, secondo me, quest’ultima al momento è più libera che mai. O forse semplicemente perché è precipuo e insito alla natura umana un equilibrio tra rapporti con gli altri e rapporti con se stessi che consente, se non la felicità, almeno la sanità mentale; e forse i nostri pochi rapporti umani che ci rimangono, non nutriti da altre esperienze (perchè in fondo siamo un po’ tutti dei “tacchini induttivisti”) e con il nostro spirito che cerca di sfogare su di essi tutto il concentrato di socialità di cui necessitiamo, sono poco curati e portano più a scontri rabbiosi che ad incontri piacevoli.
Non so, forse sono solo io che nei miei deliri di riflessione mi fingo e mi convinco di essere “malato” come il “Malato Immaginario” di Moliere o come Zeno Cosini.

Può darsi che sia questo; ma al momento questa è l’unica realtà che vivo e la racconto, così come mi appare, cercando di essere il più onesto possibile.

Umberto Ronco, VB

martedì 7 aprile 2020

Il ritorno della primavera


"Primavera" - Gianni Rodari
Conosco una città 
dove la primavera
arriva e se ne va
senza trovare un albero
da rinverdire,
un ramo da far fiorire
di rosa o di lillà:
Per quelle strade murate 
come prigioni
la poveretta s'aggira
con le migliori intenzioni:
appende un po' di verde
ai fili dei tram, ai lampioni,
sparge dei fiori
davanti ai portoni
(e dopo un momentino
se li riprende il netturbino).
Altro da fare 
non le rimane,
per settimane e settimane,
che dirigere il traffico
delle rondini, in alto,
dove la gente
non le vede e non le sente.
Di verde in quella città
(e dirvi il suo nome non posso)
ci sono soltanto i semafori
quando non segnano il rosso. 
Valentina Grandi, VB


Quarantena, non una semplice parola


Quarantena, una parola che prima della situazione che si sta vivendo mi era estranea, e che invece mi ha totalmente inghiottito. 
Una parola che mi ha fatto capire l’importanza di alcuni aspetti che consideriamo ovvi, come il vedere certe persone frequentemente, scoprire quanto sono importanti per noi solo quando non possiamo incontrarle. 
Una parola che mi ha fatto capire come non poter aiutare veramente qualcuno perché servirebbe la nostra presenza, sia una delle cose che ci feriscono maggiormente. 
Una parola che riesce a mostrare come qualcuno, pur di pensare prima ai propri interessi, rechi un danno a molti altri. 
Una parola che, da sola, può recare gravissimi danni, sotto diversi punti di vista. Proprio per questo al termine della quarantena molte cose saranno diverse, seppur solo per un certo periodo, e mostreranno cosa le persone sanno fare, se spinte da una forte volontà, nelle situazioni più delicate.

Umberto Griffa, V B

Non cammineremo mai da soli

Se ci penso 
a quando eravamo insieme 
se prima perdevo troppo tempo
adesso ho solo giornate intere

Riscopro vecchie foto
momenti che prima erano scontati
guardare il tramonto a nuoto
noi che cantiamo troppo stonati

a quando i nostri occhi si baciavano,
dal vivo, non attraverso uno schermo
non ero mai stato cosi vivo
ma come facevo a saperlo?

Se ci pensi
ci riabbracceremo come fosse la prima volta
attraverso la tempesta
non cammineremo mai da soli


Carlo Beccio, VB

Piccole gioie nella tragedia

Sono giorni molto strani che nessuno credeva mai di vivere. Quando sentivamo dal telegiornale le stragi che stavano avvenendo a Wuhan, pensavamo con molta indifferenza e poca lungimiranza che, in fondo, si trovavano a migliaia di chilometri e un virus del genere non sarebbe mai arrivato qui. Invece la nostra cieca sicurezza e la grande capacità che abbiamo nel considerare distanti gli aspetti più negativi si è scontrata con la realtà dei fatti. Com'era prevedibile il virus è arrivato e com'era altrettanto prevedibile la popolazione, prima di capire l'importanza dell'evento, ha trascorso qualche settimana credendo di trovarsi in vacanza e andando tranquillamente a fare shopping o a sciare in montagna. Dopo questa “fase transitoria” siamo entrati nella vera quarantena, ossia quell'isolamento monotono e logorante che ti porta a non poter più distinguere un giorno da un altro. Al di là della noia e della monotonia che pervadono le nostre giornate e con le quali, temo, dovremo avere a che fare ancora per un po', credo che quando questo evento sarà terminato ci saranno delle enormi conseguenze sotto molti punti di vista. Soprattutto a livello psicologico e sociale, penso che le persone cercheranno presto di dimenticare; come è avvenuto nei periodi immediatamente successivi alle due Guerre mondiali, la gente ha cercato sbagliando, di dimenticare i fatti più atroci. Credo anche, però, che appena potremo tornare alla vita quotidiana riscopriremo la bellezza delle piccole cose che nella frenesia di tutti i giorni sono andate un po' perse. Quindi credo sia utile in questi giorni monotoni e dolorosi pensare che anche eventi così terribili, una volta finiti, possono portare a dei momenti di ancor più grande felicità e gioia.


Davide Piccinino V B

Il mio tempo

Il tempo passa,
ma non per me.
Il mondo cambia,
ma non lo noto.
Caldo, freddo, gioia, solitudine,
sensazioni di un istante,
o è un giorno?
Un mese, forse.

Rinchiuso in casa.
Rinchiuso in me stesso,
ho il mio di tempo.
E' diverso da quello altrui.

Non è forse normale?

Matteo Atzori VB